Cronache

It’s Kind of a Fun Story. Ovvero: Ars Oratoria

Ultimamente (anzi a dire il vero già da un bel po’) veniamo spesso martellati dal concetto di “Narrazione”. È uno di quei classici termini che possono essere applicati praticamente a qualunque contesto e subito danno un tono a chi lo pronuncia per primo. La narrazione politica, la narrazione storica, la narrazione dei fatti, il marketing della narrazione: come il nero, sta bene su tutto. Qualche volta salta fuori un anglofono che spara uno “storytelling” così dal nulla, ma la sostanza tendenzialmente non cambia. Non si può negare che questa idea del “saper raccontare bene un qualcosa” non nasca in casa nostra, con l’arte oratoria di catoniana e ciceroniana memoria. Tutto molto belle e tutto molto colto. Resta il fatto che alla base resta la capacità di comunicare bene un’idea, nella maniera più coinvolgente e convincente possibile. In sintesi, questo è il centro di It’s Kind of a Fun Story.

Lo psichedelico dorso delle carte di It's Kind of a Fun Story
Lo psichedelico dorso delle carte di It’s Kind of a Fun Story

No Fun Story No party

Il gioco, ideato da Joe Boyle, Josh Kemper e Robert Freeman Smith, è un party game di quelli tosti: pensato per 3-10 giocatori (ma volendo si può pure giocare a squadre), ha meccaniche tanto semplici quanto divertenti. A turno, ogni giocatore pescherà una carta e dovrà rispondere, raccontando la miglior storia reale che gli viene in mente, al comando scritto sulla carta. Si tratta di domande giocose, ma molto stimolanti, che possono sfociare nell’ambito intimo e personale. Per questo gli autori hanno inserito, come dotazione, la carta “Nope” che verrà consegnata a ogni player a inizio partita. Nel caso in cui vorreste evitare un certo argomento, sarà sufficiente scartare il “Nope” e nessuno si farà male.

Here me out! Nope…

Oltre al “Nope” avrete anche due carte “Here me out” che vi permetteranno di intromettervi nella narrazione altrui. Dopo che il giocatore di turno avrà raccontato la sua storia, potrete quindi esibirvi nel vostro aneddoto, lasciando poi agli altri giocatori l’arduo compito di votare chi ha avuto l’eloquenza migliore. Certo, non si tratta solo di saper raccontare, dobbiamo essere anche fortunati ad avere alle spalle un bel bagaglio di situazioni buffe, emozionanti, scabrose da spiattellare sulla pubblica piazza (e offrirle in caso al pubblico ludibrio). Non si può nascondere però che una delle chiavi vincenti di It’s Kind of a Fun Story stia proprio nel saper narrare, nella capacità di sfoderare la migliore ars oratoria possibile. Alla faccia di Catilina.

Le carte speciali di It's Kind of a Fun Story
Le carte speciali di It’s Kind of a Fun Story

Le carte speciali di It’s Kind of a Fun Story

Nel mazzo ci sono altre carte oltre alle Story Card: Left or Right, che vi costringerà a puntare il dito su chi dei due giocatori ai vostri lati meglio rappresenta il comando sulla carta; Point a Finger invece porterà tutto il gruppo a indicare il player a cui s’addice la descrizione. Per ultima, ma non meno importante ed esilarante, la carta Everybody Answers, la quale trascina tutti i giocatori nella tenzone: pochi secondi per raccontare la propria storia su un soggetto specifico e guadagnarsi così, con la votazione a maggioranza, la carta suddetta. Ogni volta che si vince una carta infatti, la mettiamo nella nostra riserva e varrà 2 punti. Il primo che arriva a 7 punti vince.

Come si arriva a 7 punti se ogni carta ne vale 2? Semplice: quando si terminano le carte “Here me Out” si può pescare una carta dal mazzo “Take a Chance” che ci darà la possibilità di intervenire nel turno avversario raccontando la nostra storia. Se vinciamo la sfida oratoria, prendiamo un punto. Tutto qui.

La scatola del gioco It's Kind
La scatola del gioco

It’s Kind Comunicare e narrare

Sia chiaro: si tratta di un party game. Niente di impegnativo o rivoluzionario. Il divertimento però pare assicurato. Anche perché, se ci pensiamo bene, di questi tempi avere l’occasione di incontrarsi e di raccontarsi è sempre più difficile. Non parlo ovviamente soltanto della pandemia, ma anche della semplice possibilità di aprirsi e connettersi in situazioni di socialità: scriviamo, per lo più sui social, spesso anche male, ma parlare viene relegato a una sfera prettamente intima, familiare, e frequentemente ci si limita a comunicare, a dare e ricevere informazioni.

Scoprirsi, spogliarsi metaforicamente di fronte al prossimo, come in una sorta di confessione luterana, è una pratica ormai più unica che rara. Ci si arrocca, ci si chiude e si chiudono i canali, pensando erroneamente che agli altri alla fine non freghi un accidente di noi. Perdendo così l’occasione di coltivare la forma più sacra di comunicazione, quella che ci fa narrare di noi, che ci permette di imparare dall’altro e di insegnare, in un circolo virtuoso di crescita.

E se serve un gioco come It’s Kind of a Fun Story per farlo, ben venga.

La campagna di It’s Kind of a Fun Story

La campagna Kickstarter la trovate a questo link. Mancano pochi giorni. Come al solito, dateci un occhio.

Poi magari, mi raccontate com’è stato giocarci e ne parliamo, con calma.

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