Cronache

Darkest Dungeon. Ovvero: Asse di Denari

Su un obiettivo di 75000 dollari vennero raccolti un totale di 313337 dollari. Era il 2014, un’era geologica è passata da quel primo Kickstarter messo in piedi da Red Hook Studios per la realizzazione di Darkest Dungeon, video gioco del genere RPG basato su forti atmosfere lovecraftiane. Fu un successo che nel corso degli anni si è consolidato con le varie espansioni, con le mod ideate dalla community, con streamer di tutto il mondo che portavano il gioco in tutte le sue versioni, fino all’ultima incarnazione: The Butcher’s Circus è una versione PvP di DD dove i giocatori si sfidano in una arena, con sistema di ranking e di achievement crudele e spietato. Un vero e proprio movimento pop si è costruito intorno a un videogioco nato indie e diventato rapidamente un bestseller. Tutto molto bello. Finché non arriva il gioco da tavolo di Darkest Dungeon. E tutto diventa molto bellissimo.

Soprattutto per me.

Darkest Dungeon box
La scatolona di Darkest Dungeon

Passeggiare nel dungeon

Scopro il gioco nel 2017, grazie a un mio amico streamer. Mi viene fortemente consigliato dal mio spacciatore di videogiochi di fiducia, preannunciandomi l’estrema difficoltà. Non avevo idea di quanto avesse ragione.

Iniziai tre diverse run prima di cominciare a capirci qualcosa. I personaggi morivano con una velocità incontrollata, il borgo che circondava l’antico maniero era uno sfacelo privo di speranza. Ogni tentativo aumentava il senso di frustrazione, di oppressione, senza però indurmi a rinunciare: un passo in più, una stanza in più, un omino in più che rimaneva vivo (magari impazzendo completamente, ma comunque vivo). I progressi erano lentissimi, ma bastava un minimo bagliore di luce per spingermi ad andare ancora avanti. Per farla breve, a oggi, ho 363 ore di gioco su Darkest Dungeon, ho completato tutti i DLC, ho sbloccato QUASI tutti i traguardi su Steam e ovviamente ho esplorato tutto il sotterraneo più oscuro della Storia dei sotterranei più oscuri.

E ora faccio il pledge per il gioco da tavolo.

Darkest Dungeon Dimas
Il poro Dimas… lui spesso non lo vede nemmeno il Darkest Dungeon

Il gioco più oscuro

Mythic Games promette di riportare le stesse sensazioni del videogioco sul nostro tavolo, puntando sugli stessi elementi che hanno reso DD il capolavoro che è: analisi, programmazione delle azioni, ricerca della miglior combinazione possibile tra i personaggi che compongono il party. Un party di massimo quattro character, scelti tra le varie classi disponibili, le stesse identiche presenti nella versione digitale. Il treats tree per potenziare i nostri eroi, il sistema di miglioramento delle abilità e del borgo, principale strumento per rendere più efficaci le cure e i trattamenti per i feriti e gli stressati, oltre che il sistema di reclutamento. Sì reclutamento, perché non avrete tempo di affezionarvi ai vostri personaggi, visto che il tasso di mortalità è davvero fuori scala. Anche i mostri, emuli dei Grandi Antichi di providenciana memoria, sono li stessi del videogioco. Tutto davvero ottimo da questo punto di vista. Però. C’è un però.

Quando il mio spacciatore di videogiochi mi annunciò l’arrivo del gioco da tavolo di Darkest Dungeon, dentro di me iniziò un conto alla rovescia che mi avvicinava ogni giorno di più alla rovina economica. Attendevo con ansia la partenza della campagna, ma sappiamo tutti come finiscono queste storie. Il mio spacciatore mi contatta e mi fa “hanno aggiunto un asse”. Eh? “Hanno aggiunto un asse”. E sì. Hanno aggiunto un asse.

Darkest Dungeon ambientazione
Anche il gioco da tavolo di Darkest Dungeon è pieno di postacci

L’asse della porta

Nel videogioco ci si muove in avanti e indietro (suggerimento, non fate camminare i vostri omini all’indietro che gli prende male…). Nel gioco da tavolo ci possiamo spostare anche diagonalmente, con l’aggiunta di un terzo asse.

E quindi direte voi? Niente, io lo comprerei lo stesso pure se fosse su tre piani, ma questo spalanca una porta più oscura, più maledetta, più terrorizzante di quella del Darkest Dungeon: la porta dei giochi da tavolo ispirati ai videogiochi. O più in generale, ai boardgame ispirati a brand forti.

Stiamo parlando di uno dei più grandi misteri della storia dei giochi da tavolo. Perché alla fine questi giochi che prendono spunto da film, libri, videogiochi, nella stragrande maggioranza dei casi, o sono brutti come il peccato o hanno banalmente il logo appiccicato sopra e non hanno niente a che vedere che il franchise a cui sono ispirati?

La risposta più semplice è: non è il gioco in sé che vende ma il brand. Di base, questa ipotesi è da sempre valida e porta a volte a generalizzazioni, oltre che a semplificazioni. Quante volte ci siamo ritrovati a stroncare un titolo solo perché tanto alla fine i boardgame basati su telefilm fanno schifo? E quelli basati sui videogiochi non fanno differenza, anzi. È capitato già troppe volte che venissimo tratti in inganno da un nome familiare o da un logo che abbiamo amato in giovinezza, facendoci spendere un bel po’ di soldini per un’esperienza di gioco a dir poco deludente. Una delusione che va oltre alla semplice consapevolezza di aver buttato denaro, tempo e speranze in qualcosa per cui davvero non ne valeva la pena.

Darkest Dungeon, il gioco e la riflessione

Darkest Dungeon le fogne
…parecchi postacci…

E quindi cosa dovremmo fare? Smettere di comprare questi giochi? Sperare che smettano di farli? In realtà la questione è nettamente più complessa di così. Perché come al solito, è una questione di mercato. Un qualcosa che ha già venduto in passato venderà di nuovo, riuscendo in certi casi ad ampliare il target e il pubblico di riferimento, portando nuovi potenziali acquirenti a desiderare un qualcosa a cui non avevano mai pensato soltanto perché sopra c’è stato appiccicato un brand che amano, indipendentemente dalla qualità intrinseca di quel qualcosa.

Questo porta così noi giocatori abituali di fronte a un dilemma: accontentarci oppure rinunciare a rivivere certe sensazioni? Forse, e dico forse, serve individuare una terza via, legandola all’assunto che siamo tenuti a dover pretendere di più. Dobbiamo pretendere di più da chi fa i giochi, da chi li produce e li sviluppa, ma dobbiamo pretendere di più anche da noi stessi, facendoci portavoce del gioco da tavolo anche tra coloro che di gioco da tavolo non ne hanno mai voluto sapere niente. Educandoli, anzi, conducendoli, tenendo loro la mano, lungo la via dell’esplorazione del boardgaming. Questo produrrà più giocatori, più divertimento per noi, ma soprattutto farà emergere un pubblico più consapevole, in grado di saper distinguere il prodotto che si troveranno davanti.

Darkest Dungeon miniature
Le miniature di Darkest Dungeon il gioco da tavolo

La campagna Kickstarter del gioco di Darkest Dungeon

Detto questo, vado a pledgiare.

La campagna Kickstarter del gioco di Darkest Dungeon,

che non ha bisogno dei vostri soldi perché è tipo straripata, la trovate qui.

Comunque loro non hanno bisogno di voi, siete voi ad aver bisogno di Darkest Dungeon.

 

Logo DungeonDice.it

Nicola Patti

Suo nonno e i suoi amici si mettevano davanti casa per giocare a briscola fino a notte. Lui voleva giocare con loro. E così è iniziato il suo amore per i card games. E poi giochi da tavolo, giochi di ruolo, giochi di ruolo dal vivo, videogames. Se solo non fosse uno dei peggiori strateghi e tattici sulla faccia della terra, se solo avesse voglia di leggere i regolamenti, se solo non fosse sfigato con i dadi sarebbe un ottimo giocatore. Da sempre sostiene che morire giocando è il secondo miglior modo per morire.

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