Cronache

Odd Out. Ovvero: Quasi Novanta Chili

C’è stato un momento della mia vita in cui ero magro. No, non ero magro: ero proprio in forma. Facevo un’ora di esercizi ogni giorno, comprensivi di addominali e piegamenti. È stato un periodo relativamente breve, il resto del tempo sono stato tondo, a forma di melanzana per l’esattezza. Alle medie ero costantemente scelto per penultimo quando si trattava di partitelle a calcio e pure alle superiori, dall’alto dei miei quasi novanta chili, la situazione non era certo delle più rosee. 
 
Forse, e sottolineo forse, non c’era ancora il culto del corpo come c’è oggi (alla fine parlo di più di venti anni fa). Era però indubbio che non fossi idoneo a un certo contesto, il mio corpo mi rendeva il meno adatto allo sport. E alle ragazze. Con queste ultime la buttavo sulla simpatia, ma i brufoli e la trippa non erano certo un vantaggio.
 
Credo sia capitato a tutti, in situazioni magari molto diverse tra loro, di trovarsi a essere un outsider. L’etichetta di diverso gira, non è possibile non essersela sentita addosso almeno per una volta nella vita e in certi casi non è possibile riuscire a togliersela, nonostante l’impegno nostro a cercare di integrarsi a ogni costo. Può capitare però di trovarsi di fronte a un muro di gomma, una barriera invalicabile che non farà altro che respingerci, tenerci fuori, costringendoci a rimanere soli con noi stessi e la nostra diversità.
 
Le carte di Odd Out
 
Non importa il contesto. Può essere una classe delle superiori, una squadra amatoriale di pallacanestro, la banda del paese, il mondo dei giochi da tavolo, un gruppo di amici, la società civile. Dal micro al macro, ci sono interi mondi che scelgono chi può stare dentro e chi deve restare fuori. Ci sarà sempre un terzo, quinto, trentesimo, centesimo, miliardesimo incomodo per qualcuno. E capiterà che quell’incomodo saremo noi.
 
A volte si sceglie di cambiare, di adattarci, di violentarci pur di essere accettati. Si nasconde la nostra vera essenza, perdendo pezzi di anima e di mente in questo processo. Ci si arrende alla forza bruta dell’esclusione, nella speranza che qualcuno ci veda e ci dia il permesso di entrare. Funziona? In apparenza sì, ma in fondo si resta sempre i misfits di sempre. Saremo dentro, ma come un corpo estraneo, come una scheggia in un dito, come un pezzo di pollo tra i denti.
 
E poi c’è Odd Out, un gioco dove essere il meno adatto è un vantaggio. Un party game semplice nella meccanica ma intenso e pieno di possibili spunti di approfondimento. Un mazzo di carte, ognuna contenente tre parole. Si lancia un dado e, a seconda del numero, si deve individuare quale dei termini sulla carta c’entra meno con le altre: quale è la meno adatta per chi ha tirato il dado? Se ci fosse una quarta parola, quale sarebbe? Quale parola è quella che per la maggioranza dei giocatori è meno coerente con le altre? E così via. Poche, immediate regole. Ma tanti livelli di profondità, tanti piani di lettura. Un Kickstarter dipendente dalla lingua, anche se le parole utilizzate richiedono una conoscenza basilare dell’inglese. Il progetto è di Reid Backstrom e lo trovate qui.
 
Trova l’outsider
 
Basterebbe poco per rendersi conto che è tutta una questione soggettiva, di preconcetti, di stereotipi. Qualcosa non si combina con il resto solo nella nostra testa, solo perché ammettere che anche quel qualcosa faccia parte del nostro mondo necessiterebbe un nostro cambio di paradigma, ci costringerebbe a dover guarda ciò che ci circonda con occhi diversi. Le tre parole sulle carte di Odd Out vanno tutte bene e sono tutte “sbagliate” allo stesso tempo. Solo noi decidiamo quale sia l’estraneo. E lo facciamo ogni giorno.
 
RIFERIMENTI:
Odd Out campagna Kickstarter
Logo DungeonDice.it

Nicola Patti

Suo nonno e i suoi amici si mettevano davanti casa per giocare a briscola fino a notte. Lui voleva giocare con loro. E così è iniziato il suo amore per i card games. E poi giochi da tavolo, giochi di ruolo, giochi di ruolo dal vivo, videogames. Se solo non fosse uno dei peggiori strateghi e tattici sulla faccia della terra, se solo avesse voglia di leggere i regolamenti, se solo non fosse sfigato con i dadi sarebbe un ottimo giocatore. Da sempre sostiene che morire giocando è il secondo miglior modo per morire.

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