Cronache

Die of the Dead. Ovvero: dell’appropriazione culturale

Timbro letto per voi
 

Qualche anno fa mi ritrovai a dover decidere il nome per un festival di fumetto. Creato dalla associazione di cui faccio parte, si svolge ogni anno nel centro delle Crete Senesi. Quindi la creta, qualcosa di vivo e vivace, l’idea della creazione: mi parve interessante provare a proporre “Golem” come nome dell’iniziativa. A molti piacque, era semplice e immediato, calzante sia per il luogo che volendo per la tematica. Il direttore artistico però disse no, con una motivazione assolutamente condivisibile: sarebbe stata appropriazione culturale. Il golem fa parte della tradizione ebraica e obiettivamente la scelta di questo termine non era giustificata in quanto non c’era nessuna attinenza con il nostro festival (che poi alla fine si sarebbe chiamato CreteCon).
 
 
Potrebbe sembrare una questione di lana caprina, di eccessivo scrupolo, ma così non è: capita fin troppo di frequente infatti che per distrazione o per superficialità si possa scivolare nella cattiva pratica dell’appropriazione culturale, un processo in cui si estrapola un elemento (un simbolo, un termine o in certi casi un’intera cultura e società) dal suo contesto e se ne faccia un uso strumentale, distorto e persino offensivo. E, purtroppo, dobbiamo riconoscere che si tratta di una prassi piuttosto comune anche nel mondo del gioco da tavolo. 
 
Nella puntata di Fustella Rotante del 31 Agosto ho presentato il Kickstarter di “Die of the Dead”, gioco della Radical 8 Games che prende spunto dalla tradizione messicana del Dia de Muertos. Gli autori sono inglesi, ma hanno scelto di farsi affiancare durante lo sviluppo del prodotto da un consulente culturale e da un artista messicano. È una scelta coraggiosa, che va però nella direzione virtuosa di evitare semplificazioni, cercando di non alimentare stereotipi e limitare di conseguenza l’oggettivazione della cultura presa in considerazione.
 
 
Molto spesso dietro a questi fenomeni di appropriazione culturale si cela banalmente la ricerca di un tema esotico, di una ambientazione diversa dal solito, e in taluni casi persino di un goffo tentativo di omaggio. Ci sono stati casi (come per esempio “Manitoba” di Remo Conzadori e Marco Pranzo) in cui dei progetti hanno subito dei veri e propri attacchi per la mancata attenzione sulla scelta del tema, andando così a oscurare tutto ciò che di buono il gioco stesso poteva offrire in termini di meccaniche e divertimento: lungi da me da difendere chi ha peccato di superficialità, ma si tratta di situazioni paradigmatiche che ci insegnano quanto, giustamente, la tematica dell’appropriazione culturale stia prendendo piede e richieda a noi giocatori, sviluppatori, editori una maggiore attenzione nel momento in cui si fanno certe scelte.
 
 
 
Ricordo perfettamente la sensazione di disagio nel giocare a “The Great Zimbabwe”, un gioco creato da sviluppatori olandesi e prodotto da una casa editrice olandese, che parla della struttura tribale dello Zimbabwe, con riferimenti costanti alla religione, alle divinità, alle dinamiche sociali della regione africana. C’è qualcosa di offensivo nelle carte, nel regolamento, nelle miniature? Non in maniera esplicita, ma questa trasformazione di elementi culturali in ingranaggi per il meccanismo di un gioco da tavolo estrapolandoli dal loro contesto li spoglia del loro valore, del loro significato, impoverendoli e annullandone la carica simbolica.
 
 
Questo mio articolo non ha alcuna velleità esaustiva, è semplicemente una riflessione che punta più a sottolineare la buona pratica messa in atto dagli autori di “Die of the Dead” piuttosto che colpevolizzare chi, sicuramente in buona fede, ha dato per scontato ciò che ormai non può più essere trascurato. Mi piacerebbe molto approfondire questo tema, anche nelle prossime live, coinvolgendo magari qualcuno che ne sa più di me. Miei cari lettori, fatemi sapere cosa ne pensate.
 
Nel frattempo però, dato un occhio alla campagna di Radical 8 Games che trovate a questo link.

 

P.S.
Remo Conzadori mi ha contattato: ci tiene a precisare che la scelta dell’ambientazione è stata guidata dall’editore. Gli autori avevano chiesto esplicitamente di evitare riferimenti a nativi americani delle pianure. Ringrazio personalmente Remo per la precisazione che mi aiuta a evitare proprio quello che vorrei evitare: non si tratta di un’accusa nei confronti di nessuno, ma uno spunto per una riflessione globale, rivolta a tutti i soggetti del mondo del gioco da tavolo, per cercare di orientare meglio le nostre scelte in modo tale da non incappare in questo tipo di ingenuità. 
P.P.S.
Il dialogo è alla base di tutto. Quindi, parliamo, comunichiamo, sempre!
 

 

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Nicola Patti

Suo nonno e i suoi amici si mettevano davanti casa per giocare a briscola fino a notte. Lui voleva giocare con loro. E così è iniziato il suo amore per i card games. E poi giochi da tavolo, giochi di ruolo, giochi di ruolo dal vivo, videogames. Se solo non fosse uno dei peggiori strateghi e tattici sulla faccia della terra, se solo avesse voglia di leggere i regolamenti, se solo non fosse sfigato con i dadi sarebbe un ottimo giocatore. Da sempre sostiene che morire giocando è il secondo miglior modo per morire.

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